Lampi “alla Francesco”

 

La cenere ci ricorda il percorso della nostra esistenza: dalla polvere alla vita.

Imposizione delle ceneri (26 marzo 2020)

Il tempo vale più dello spazio

Questo principio permette di lavorare a lunga scadenza,
senza l’ossessione dei risultati immediati.

Aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse,
o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone.

Uno dei peccati che a volte si riscontrano nell’attività socio-politica consiste nel privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi.

Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere possesso di tutti gli spazi di potere e di autoaffermazione.
Significa cristallizzare i processi e pretendere di fermarli.

Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi.
Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita,

Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti.

Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci.

Donne coraggiose

«le donne coraggiose ci sono nella Chiesa e sono come la Madonna»: donne che «portano avanti la famiglia» e «l’educazione dei figli», capaci di affrontare «tante avversità, tanto dolore», donne «che curano gli ammalati… Coraggiose: si alzano e servono, servono». In loro si riconosce il «segno cristiano» del servizio. E, ricordando che «chi non vive per servire, non serve per vivere», Francesco ha a più riprese sottolineato l’importanza dell’atteggiamento del «servizio nella gioia». Una gioia che, comunque, richiede anche «mortificazione», cioè non scegliere di fare solo quello che ci piace. Maria, ad esempio, «si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città giudea», andò «lontano», e «sicuramente lo ha fatto da sola. Era coraggiosa».

Omelia in S. Marta 31 mag. 2016

Avevo fame…

Testi per l’adorazione del 1 nov. 2016, tratti dalle catechesi Francesco (ottobre 2016)

Dar da mangiare agli affamati; dar da bere agli assetati…

Le donazioni…Questa forma di carità è importante, ma forse non ci coinvolge direttamente. Invece quando, incrocio un povero, non c’è più alcuna distanza tra me e il povero.
Qual è la mia reazione? Giro lo sguardo e passo oltre? Oppure mi fermo a parlare e mi interesso del suo stato? E se fai questo non mancherà qualcuno che dice: “Questo è pazzo perché parla con un povero!”. Vedo se posso accogliere in qualche modo quella persona o cerco di liberarmene al più presto? Ma forse essa chiede solo il necessario: qualcosa da mangiare e da bere. Pensiamo un momento: quante volte recitiamo il “Padre nostro”, eppure non facciamo veramente attenzione a quelle parole: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”.

L’esempio di Gesù

Gesù, vedendo tanta gente che da ore lo seguiva, chiede ai suoi discepoli: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro possano mangiare?» (Gv 6,5). E i discepoli rispondono: “È impossibile, è meglio che tu li congedi…”. Invece Gesù dice loro: “No. Date loro voi stessi da mangiare” (cfr Mc 14,16). Si fa dare i pochi pani e pesci che avevano con sé, li benedice, li spezza e li fa distribuire a tutti. È una lezione molto importante per noi. Ci dice che il poco che abbiamo, se lo affidiamo alle mani di Gesù e lo condividiamo con fede, diventa una ricchezza sovrabbondante.

Accogliere lo straniero

La Bibbia ci offre tanti esempi di migrazione. Basti pensare ad Abramo;. così è stato anche per il popolo di Israele in Egitto; la stessa Santa Famiglia – Maria, Giuseppe e il piccolo Gesù – fu costretta ad emigrare per sfuggire alla minaccia di Erode. L’impegno dei cristiani in questo campo è urgente oggi come in passato È un impegno che coinvolge tutti, nessuno escluso.
Tutti siamo chiamati ad accogliere i fratelli e le sorelle che fuggono dalla guerra, dalla fame, dalla violenza e da condizioni di vita disumane. Tutti insieme siamo una grande forza di sostegno per quanti hanno perso patria, famiglia, lavoro e dignità.

“Una storia piccolina..

.” Alcuni giorni fa, è successa una storia piccolina, di città. C’era un rifugiato che cercava una strada e una signora gli si avvicinò e gli disse: “Ma, lei cerca qualcosa?”. Era senza scarpe, quel rifugiato. E lui ha detto: “Io vorrei andare a San Pietro per entrare nella Porta Santa”. E la signora pensò: “Ma, non ha le scarpe, come farà a camminare?”. E chiama un taxi.
Ma quel migrante, quel rifugiato puzzava e l’autista del taxi quasi non voleva che salisse, ma alla fine l’ha lasciato salire sul taxi.
E la signora, accanto a lui, gli domandò un po’ della sua storia di rifugiato e di migrante, nel percorso del viaggio: dieci minuti per arrivare fino a qui. Quest’uomo raccontò la sua storia di dolore, di guerra, di fame e perché era fuggito dalla sua Patria per migrare qui.
Quando sono arrivati, la signora apre la borsa per pagare il tassista e il tassista, che all’inizio non voleva che questo migrante salisse perché puzzava, ha detto alla signora: “No, signora, sono io che devo pagare lei perché lei mi ha fatto sentire una storia che mi ha cambiato il cuore”. Questa signora sapeva cosa era il dolore di un migrante, perché aveva il sangue armeno e conosceva la sofferenza del suo popolo.
Quando noi facciamo una cosa del genere, all’inizio ci rifiutiamo perché ci dà un po’ di incomodità, “ma … puzza …”. Ma alla fine, la storia ci profuma l’anima e ci fa cambiare. Pensate a questa storia e pensiamo che cosa possiamo fare per i rifugiati.

Vestire chi è nudo…

Che cosa vuol dire se non restituire dignità a chi l’ha perduta? Certamente dando dei vestiti a chi ne è privo; ma pensiamo anche alle donne vittime della tratta gettate sulle strade, o agli altri, troppi modi di usare il corpo umano come merce, persino dei minori.
E così pure non avere un lavoro, una casa, un salario giusto è una forma di nudità, o essere discriminati per la razza, o per la fede, sono tutte forme di “nudità”, di fronte alle quali come cristiani siamo chiamati ad essere attenti, vigilanti e pronti ad agire.
Papa Francesco

Inno alla carità

Dalla lettera : Amoris laetitia di Papa Francesco

I numeri 90-119 della lettera del Papa ci parlano dell’amore in famiglia.
Ve ne proponiamo qualche frase per ingolosirvi e stimolarvi alla lettura.

Essere pazienti.
Il problema si pone quando pretendiamo che le persone siano perfette, o quando ci collochiamo al centro e aspettiamo unicamente che si faccia la nostra volontà. Allora tutto ci spazientisce, tutto ci porta a reagire con aggressività. Se non coltiviamo la pazienza, avremo sempre delle scuse per rispondere con ira, e alla fine diventeremo persone che non sanno convivere.

Benevolenza
l’amore non è solo un sentimento ma anche: “fare il bene”.
Guarendo l’invidia
L’invidia è una tristezza per il bene altrui Non ci interessa la felicità degli altri, poiché siamo esclusivamente concen­trati sul nostro benessere. Il vero amore apprezza i successi degli altri…

«senza vantarsi o gonfiarsi…»
E’ importante che i cristiani vivano questo atteggiamento nel loro modo di trattare i familiari poco formati nella fede, fragili o meno sicuri nelle loro convinzioni. A volte accade il contrario…

Amabilità
l’amore non opera in maniera rude, in modo scortese, non è duro nel tratto.

Distacco generoso
bisogna evitare di attribuire priorità all’amore per sé stessi come se fosse più nobile del dono di sé stessi agli altri.

Senza violenza interiore
Si tratta di una irritazione non manifesta che ci mette sulla difensiva davanti agli altri, come se fossero nemici fastidiosi che occorre evitare. Alimentare tale aggressività ici fa ammalare e finisce per isolarci. L’indignazione è sana quando ci porta a reagire di fronte a una grave ingiustizia, ma è dannosa quando tende ad impregnare tutti i nostri atteggiamenti verso gli altri.

Non tiene conto del male…
La tendenza è spesso quella di cercare sempre più colpe, di immaginare sempre più cattiverie, di supporre ogni tipo di cattive intenzioni, e così il rancore va crescendo e si radica.
Con-rallegrarsi con gli altri…
Vale a dire, si rallegra per il bene dell’altro, quando viene riconosciuta la sua dignità, quando si apprezzano le sue capacità e le sue buone opere. Questo è impossibile per chi deve sempre paragonarsi e competere, anche con il proprio coniuge, fino al punto di rallegrarsi segretamente per i suoi fallimenti.

Tutto scusa,
può significare “mantenere il silenzio” circa il negativo che può esserci nell’altra persona.

tutto crede,
Cioè mantiene sempre fiducia. Tale fiducia riconosce la luce accesa da Dio che si nasconde dietro l’oscurità, o la brace che arde ancora sotto le ceneri.

tutto spera,
non dispera del futuro. In connessione con la parola precedente, indica la speranza di chi sa che l’altro può cambiare. Spera sempre che sia possibile una maturazione, un sorprendente sbocciare di bellezza, che le potenzialità più nascoste del suo essere germoglino un giorno.

tutto sopporta
Non consiste soltanto nel tollerare alcune cose moleste, ma in qualcosa di più ampio: una resistenza dinamica e costante, capace di superare qualsiasi sfida. È amore malgrado tutto.

 

Dalle meditazioni quotidiane in Santa Marta

Il cognome di Dio

L’uomo è il cognome di Dio: il Signore infatti prende il nome da ognuno di noi — sia che siamo santi, sia che siamo peccatori — per farlo diventare il proprio cognome. Perché incarnandosi il Signore ha fatto storia con l’umanità: la sua gioia è stata condividere la sua vita con noi, «e questo fa piangere: tanto amore, tanta tenerezza»

L’Osservatore Romano 18/12/2013

A qualcuno non piace …

a qualcuno non piace sentir dire che i peccatori sono più vicini al cuore di Gesù, che «lui va a cercarli, chiama tutti: venite, venite… E quando gli chiedono una spiegazione, lui dice: ma, quelli che hanno buona salute non hanno bisogno del medico; io sono venuto per guarire, per salvare in abbondanza».

L’Osservatore Romano 23/10/2013

la speranza

La speranza è la più umile delle tre virtù teologali, perché nella vita si nasconde. Tuttavia essa ci trasforma in profondità, così come «una donna incinta è donna» ma è come se si trasformasse perché diventa mamma.

L’Osservatore Romano 30/10/2013

la festa

«L’esistenza cristiana è un invito» gratuito alla festa; un invito che non si può comprare, perché viene da Dio, e al quale bisogna rispondere con la partecipazione e con la condivisione.

«l’esistenza cristiana è un invito: diventiamo cristiani soltanto se siamo invitati». Si tratta, di un invito gratuito — e il mittente: Dio. Ma la gratuità, ha avvertito, implica anche delle conseguenze, la prima delle quali è che se non si è stati invitati, non si può reagire semplicisticamente rispondendo: «Comprerò l’entrata per andare!». Infatti «non si può! Per entrare — ha affermato il Santo Padre — non si può pagare: o sei invitato o non puoi entrare. E se nella nostra coscienza non abbiamo questa certezza di essere invitati, non abbiamo capito cosa è un cristiano. Siamo invitati gratuitamente, per la pura grazia di Dio, puro amore del Padre. È stato Gesù, con il suo sangue, che ci ha aperto questa possibilità».

Non è un invito «a fare una passeggiata», ma «a una festa; alla gioia: alla gioia di essere salvato, alla gioia di essere redento», la gioia di condividere la vita con Gesù. E ha anche suggerito cosa debba intendersi con il termine “festa”: «un raduno di persone che parlano, ridono, festeggiano, sono felici» ha detto. Ma l’elemento principale è appunto la “riunione” di più individui. «Io fra le persone mentalmente normali non ho mai visto uno che faccia festa da solo: sarebbe un po’ noioso!» ha spiegato con una battuta, evocando la triste immagine di chi è intento ad «aprire la bottiglia del vino» per brindare in solitudine.

L’Osservatore Romano 06/11/2013

Parole impazzite

Il Papa ha ricordato lo scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) che «parlando sulle eresie» ha detto «che un’eresia è una verità, una parola, una verità che è diventata pazza.

È un fatto che «quando le parole cristiane sono senza Cristo incominciano ad andare sul cammino della pazzia. Isaia è chiaro e ci indica qual è questa pazzi. Si legge infatti nel passo biblico: «Il Signore è una roccia eterna, perché egli ha abbattuto coloro che abitavano in alto, ha rovesciato la città eccelsa». Sì, «coloro che abitavano in alto. Una parola cristiana senza Cristo ti porta alla vanità, alla sicurezza di te stesso, all’orgoglio, al potere per il potere. E il Signore abbatte queste persone».

L’Osservatore Romano 06/12/2013

Unica debolezza di Dio

Dio è debole solo davanti alla preghiera del suo popolo. Dunque è la preghiera la vera forza dell’uomo: non ci si deve stancare mai di bussare alla porta del cuore di Dio, di chiedere aiuto perché quando è chiamato a difendere il suo popolo Dio è implacabile.

L’Osservatore Romano 17/11/2013

L’amore non è una telenovela

Il vero amore non è quello delle telenovele. Non è fatto di illusioni. Il vero amore è concreto, punta sui fatti e non sulle parole; sul dare e non sulla ricerca di vantaggi. La ricetta spirituale per vivere l’amore fino in fondo è nel verbo «rimanere», un «doppio rimanere: noi in Dio e Dio in noi».

L’Osservatore Romano 10/01/2014

Gli arrampicatori

«Nella Chiesa ci sono arrampicatori! Ci sono tanti, che bussano alla Chiesa per ragioni loro.
Ma se ti piace arrampicarti vai a Nord e fai l’alpinismo: è più sano! Ma non venire in Chiesa ad arrampicarti!

L’Osservatore Romano 17/05/2014

 

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